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I FIORI DEL CARDO MARIANO di Piero Frullini

Romanzo I FIORI DEL CARDO MARIANO

dedicato a tutti i Caduti
delle guerre civili


..........Ad ogni oppresso
nessuno può impedire d'aver fame,
sogni di libertà,
spade e corone d'angeli,
e ai martiri delle tirannidi
benignità del cielo.
. Da : - Nell'apparente quiete del cristallo -
( Ed.FORUM - Forli - 1985 )


Per qualche possibile Lettore
Questo libro contiene l'invenzione di una vicenda individuale e collettiva disegnata in momenti precisi della storia italiana di molti anni or sono, nel quadro di fatti reali e verificabili.
Un giovane popolano, privilegiato dalle circostanze e dalle scelte, matura l'esperienza e soffre le speranze quando intorno a lui e alla sua gente si stringe il recinto della violenza e del dolore. Con la sua gente Damiano tenta di liberarsi dalle costrizioni per dare un senso alle ferite degli uomini e alle croci dei cimiteri.
Il romanzo è datato con precisione : dal 1940 al 1945.
occupa i luoghi della resistenza Senese tra le valli del Chiana e dell'Orcia .
Molti personaggi sono emersi dal vissuto più che dalla fantasia, cosi come la gran parte degli avvenimenti. Perciò un Lettore potrà anche riflettere ricordando e accettando le memorie degli altri.

Per maggiori notizie e informazioni scrivi a: pierofrullini@libero.it

Osservazioni e commento del prof. Manzo Vincenzo :

Con una prima lettura de I fiori del cardo mariano sembra si voglia entrare nel mondo difficile e complicato della composizione politico-sociale dei partecipanti alla Resistenza nella Valdichiana.
Sembra!
In realtà si tratta della maturazione di adolescenti di varia estrazione sociale in un momento critico della loro esistenza e in un periodo molto difficile e abbastanza disordinato della storia di questo paese.
Non è difficile per il lettore orientarsi nei luoghi e negli spazi individuati e descritti con molta partecipazione dall'autore. Non è difficile perché lo stesso autore lo dice subito di quale parte d'Italia si tratta e in che periodo l'azione si svolge. La descrizione dei luoghi, peraltro, è così ricca e particolareggiata che non può non essere una parte geografica sconosciuta a chi scrive. Anzi, egli vive di queste colline e di queste valli e le sente nel suo animo intensamente. Egli, praticamente, è di Torrita, luogo vivo e aderente alla sua complessa personalità. Vi è quasi un'identificazione tra colli e valli della bassa Toscana con uno stato d'animo e una difficoltà interiore a identificarsi in
una qualsiasi personalità. Vive nel pieno delle sue esperienze e nel vivo della sua complessa forza razionale che lo spinge a sentire con intensa passione tutta la vicenda e la sua stessa vita.
La prima parte del romanzo ha questa caratteristica: cioè identificare una personalità con i luoghi e gli ambienti geografici nei quali è irnmerso l'animo dell'autore. Per noi è la parte più bella e affascinante.«Con il passare dei giorni persino il tessuto dei sentimenti rischiava ai ridursi ad uno straccio lacerato»: è questo il sentire di Damiano P, perché egli fa parte di quella gente. Gente che non viveva di sogni, ma solo i bambini potevano veder brillare le stelle in cielo.
Ed è in questa realtà che va maturandosi l'adolescente che «prendeva coscienza di avere un conto aperto con se stesso»; quell'adolescente che intuisce e ammira, sentendosi passionalmente attratto, la femminilità e il desiderio represso della Tosca.
Sono pagine di una freschezza e di una dolcezza indimenticabile le prime tredici del capitolo 1, ma in particolare sono belle quelle che ci portano a innamorarci di Tosca, o meglio a sentire Damiano innamorato della Tosca. Ma, innamorato, o solo sofferente di quel rimescolio del sangue proprio dei giovani adolescenti? Per quasi tutto il romanzo (fino all'incontro con Chiara) questo dubbio vivrà continuo.
Vivrà anche nel momento dell'amplesso con la Tosca quando quasi un senso di rimprovero e di sofferenza lo porterà a pensare a se stesso senza preoccuparsi della donna che non ha saputo, o voluto?, dar seguito ai suoi giuramenti di fedeltà. La donna sa che «lui non avrebbe potuto aiutarla in nessun modo. La prova era stata un fallimento, soltanto la libertà delle alternative era salva». Damiano vive il suo dramma: pensa di non essere un uomo se dà all'esperienza vissuta con la Tosca solo il senso delle sue velleità maschili. Vive di questi dubbi mentre d'altro canto attende, quasi come una liberazione, l'andare in seminario allontanandosi così da tutte le "tentazioni". Però Damiano si identifica con la realtà territoriale tanto che sia il cielo, sia il vento, sia il candore spingono verso quella fede che avrebbe permesso di tenere fra le mani «una verità con poche ma solide verifiche». Non basta però «palpava anche il rischio possibile di ricercare in quella adesione solo una corrispondenza tra eventi e giustificazione, tra desiderio e soddisfacimento». Identificazione quindi tra paesaggio, realtà bucolica e sentimenti sono un continuo manifestarsi nelle pagine del romanzo, come ad esempio durante l'amplesso quando «tubarono su qualche olivo le tortore e, sopra, nubi grigie passavano sulla collina». E non è forse lo stato d'animo di Damiano?
Vi sono pagine intense tutte dedicate alla rnaturazione glovanile e allo stato d'animo combattuto tra «volontà di lasciare o di prendere, di fermarsi o di avanzare, desiderio e rilassamento, coraggio e paura». L'ingresso al seminario non è né semplice né tanto meno privo di significato per la personalità di Damiano. Si scorgono facilmente tratti narrativi propri di un autobiografismo non privo di auto critica e di oscillazioni rispecchianti il contrasto dell'animo del protagonista. Sente la necessità importante e essenziale di poter tenere sempre utilizzabile il filo della vita e degli stessi desideri. In quest'ambiente si crea il gruppo decisivo non solo per le avventure del romanzo, ma utile alla maturazione intellettuale, morale e poi politica di Damiano. Abbiamo detto "poi politica" perché in quel periodo non poteva non esserci una maturazione politica e quindi un'adesione a certi ideali o, come si direbbe oggi, a talune ideologie.
«Si era fatto grande tra gente fiera di una condizione precaria che legava uomini e natura nel rapporto della dipendenza reciproca e sufficiente. Con lentezza, ma per tempo, aveva imparato a sopportare le condizioni di vita di quella classe sociale di appartenenza, né antica né consolidata nel tessuto di un'epoca incerta».
Se queste sono le remo re, non altrettanto è il metodo che Damiano riesce a imporre ai suoi
compagni: un metodo adatto e scaturito dalla confessione tra loro e di se stessi. In questo contesto Damiano si accorge di avere un leggero carisma e riuscire a ritagliarsi un po' di tranquilla solitudine pur conoscendo i drammi umani e dell'animo dei suoi compagni. Scopre così la personalità di Ghino, uomo della Maremma e come la Maremma silenzioso e pensieroso. Ghino non è loquace né ha capacità narrative, parla appena delle sue esperienze, parla poco e le sue narrazioni sono «stringate e senza colori poi arricchite nei particolari più minuziosi». E nel descrivere il carattere chiuso e forte di Ghino, ancora una volta, viene fuori il narratore-poeta Frullini e la Iarernma è l'insieme di quei «paesi forti di pietra antichissima, riflessi di cinabro arroccati sui dirupi, orti protetti contro l'as alto assiduo degli animali: in uno di questi si era fermato suo padre, e aveva messo su casa con una ragazza del posto».
Questo ragazzo, dalle cui labbra difficilmente esce una parola che abbia sapore di allegria, nel descrivere parla con occhi trasognati di «cieli apertissimi dove la foresta toccava il mare, e di improvvise distese in prima valle di granturco nei vasti spazi che la palude aveva risparmiato, del precipitare dal monte di ruscelli e torrenti vorticosi, del respiro più aperto delle acque prima della dispersione negli stagni, della magica apparizione delle torri saracene». Più che della Maremma qui si tratta della montagna amiatina prospiciente la Maremma. Ma Ghino è anche colui che riesce ad imprecare con molta fantasia sia nella scelta dei vocaboli che nell'accostamento degli aggettivi. In pratica Ghino rappresenta la realtà sanguigna e dura, la realtà che ha in sé la «forza del vento e la ferocia del cinghiale».
Quello che agli occhi dell'autore sembra il più debole è Vasco, parente di socialisti organizzatori delle prime leghe contadine della zona, ma giovane del quale non si riesce a capire la concentrazione quasi mistica nella preghiera. Altro compagno è l'immediato e insofferente dell'ipocrisia: si tratta del rosso Canio. Rosso di pelo, tenace e poco incline allo studio ha conservato dentro il suo animo il culto per la madre e le sorelle che lo hanno cresciuto data la morte prematura del padre. Canio non disdegna le donne, anzi le ammira esaltandone sempre l'alterità sessuale tanto che si innamora perdutamente. Questo gruppo di amici, oltre che di persone che devono vivere una scelta di vita, comunque raccontano se stessi e la loro maturazione nelle passeggiate e nelle preoccupazioni per il tempo che stanno vivendo (la guerra, siamo nel 1942) e l'oppressione sempre più marcata del fascismo. La folla di personaggi (quasi tutti preti dediti all'insegnamento, ma aperti alle realtà esterne sempre più difficili) serve a far andare avanti la crescita sentimentale e, anche politica, di tutto il gruppo, ma in particolare del diciassettenne Damiano. Vi è una lunga discussione su Ildebrando di Soana che spinge i giovani a considerare
la possibilità che si stabilisca una potenziale famiglia creata dagli stessi sacerdoti. Insomma la scelta di Gregorio VII di condannare il matrimonio dei preti fa molto discutere. Canio invece, proprio in questo periodo, si innamora di Tina. Anche Damiano comunque non può non sottostare ai richiami dell'amore, anche se la sua esperienza, per ora, è tutta platonica. La sua cameretta «lasciava abbracciare dalle due finestre la valle adagiata tra lo sprone di Radicofani e le colline striate di S.Quirico. Si potevano contare persino gli olivi sparsi sulla sommità di Montertine,
fedeli alle memorie come segnali benigni contro la luce del tramonto sui campi ulcera ti con graffi grigiastri da animali g-iganti della preistoria». Queste sensazioni comunque vissute nella cameretta sembravano dovergliela far amare, ma proprio in quella deve difendersi da una possibile violenza.
Ma la vita del seminario permette egualmente di sentire e capire quanto sta avvenendo fuori, nel paese, tra i contadini. Il gruppo di seminaristi si sente «nel recinto degli oppositori occulti ad un sistema di convivenza che appariva non più da cambiare, ma da demolire».
È in questo clima che si apre alle considerazioni su altri frequentatori del seminario suoi amici. Vengono così fuori i nomi e le personalità che, dopo la Resistenza, saranno il gruppo dirigente sia a livello di provincia che nazionale. Fazio Fabbrini, lucido e preparato aveva la «propensione a ricomporre i dati conosciuti nel quadro di precise analisi socio-politiche, così come gli accenti che egli poneva in maniera decisa sulla potenzialità della lotta di classe»; Enzo, Emo che nella lotta resistenziale rivendicherà la sua scelta marxista, Piero sentivano che stavano saltando la stagione dei vent'anni, anzi «subivano la paura di non poter vivere l'età dei venti anni». Da questo momento il volume prende la piega del racconto, per certi aspetti noto, dei fatti che hanno portato alla liberazione di quelle terre. I fatti di Guazzino e di Rigutino riempiono, con il loro scorrere avvincente, le pagine di tutto un capitolo. Non mancano comunque considerazioni sulla capacità di sopportazione dei contadini e sulla delicatezza che un canto gregoriano riesce a comunicare a tutti i convenuti. Ormai il tempo delle scelte risolutive si sta avvicinando: il governo Badoglio obbliga tutti a prendere una posizione. I seminaristi sembrano esclusi da queste drastiche scelte, ma non gli abitanti di Torrita e non gli amici di Damiano. L'8 settembre del 1943 sta arrivando, sta arrivando in un clima psicologico per Damiano ancora incerto. Certamente i boschi d'estate, il refettorio di S. Anna in Camprena contribuiscono a rendere acquiescente l'animo all'ascetismo.
Ancora una volta la poetica descrizione del paesaggio corrisponde allo stato d'animo del giovane. «I boschi parevano contenuti fra le mani, non profanata la collina persino nei frutti .... Sotto la querce fasci di luce bianca, a tarda sera, preparavano notti serene, durante le quali erano amici persino i gufi, per ris vegli nei mattini di sole filtrato dalla spessa solitudine fino alla cima del colle. E, di contro, la foresta fitta, ondulata, da Montefollonico al Madonnino dei monti, alla croce del Santo, fino allo spegnersi dei colori sull'ocra delle balze verso Monteoliveto. Perfino l'acqua dei torrenti, improvvisamente aperti nel fondo della vegetazione più in basso, aveva suoni incerti nella dilatazione del silenzio». Non sembra possibile, ma in questo clima idilliaco arriva la notizia, come un duro colpo allo stomaco, dell'8 settembre. Si apre COS1 tutto uno spaccato di vita che costringe questi giovani a fare scelte obbligate per non rimanere estranei a quegli «impegni che un tempo nuovo stava preparando per ognuno di loro». Ormai siamo al caos e alla guerra civile. Il racconto si fa un continuo di fatti luttuosi, bellici, in pratica si dipana tutta la guerriglia che ha caratterizzato buona parte della Resistenza. Damiano cerca di rintracciare tutti i suoi amici che nel frattempo si sono dispersi nei viottoli della guerriglia. Tutti gli amici hanno preso le loro decisioni: Emo (Bonifazi) ha optato per il marxismo; Piero (Calamandrei) pensa ad una democrazia ordinata e
aperta; Fazio (Fabbrini) guarda alla forza dirompente dell'organizzazione; Enzo (Enriques-Agnoletti) pensa che l'azione possa essere l'anima dell'abbattimento della dittatura e Damiano invece crede alla quiete della fede. Ritrova qualche amico tra le bande partigiane quando deve stabilire dei rapporti affinché sia salvato un prigioniero. Il primo di cui ha notizie è proprio Canio, del quale non si sa se «"Canio" fosse il suo nome di battesimo o quello da guerrigliero ... ». Attraverso le pagine dell' Intermezzo si ha la descrizione precisa e puntuale della battaglia di Monticchiello, perché viene riportata per intero la testimonianza di Walter Ottavini.
La seconda parte ha un andamento in cui la componente psicologica lascia molto spazio narrativo ai fatti storici. Vengono narrati gli avvenimenti che hanno visto protagonista Damiano e in questa narrazione si inserisce la sua particolare storia con Chiara. Anzi la sua storia con la bella figura di Chiara. «Il giovane stava arrivando con inerzia e dolore alla definitiva maturazione»: è su questa strada che si avvia a risolversi tutta la parte finale del romanzo. La maturazione di Damiano passerà per strade per ora inimmaginabili, passerà cioè attraverso l'incontro e "l'amore" per Chiara e attraverso le esperienze dolorosissime che i contadini della Valdichiana e i suoi compaesani si troveranno a vivere. Per ora si sente attratto da Nerina, una ragazza che suona l'arpa in una stanza nella quale il suo sguardo può entrare complice una finestra. A Pienza le case sono qusi una
a ridosso dell'altra per cui non è difficile avere una privacy violata.
E mentre sta vivendo un momento così delicato viene scelto dal vescovo per una missione abbastanza riservata e rischiosa: trovare da quale squadra partigiana sia stato preso padre Lorenzo e dove è tenuto nascosto. L'intenzione del vescovo era quella di poter liberare il prigioniero benché tutti sapessero dell'attività spionistica del fascista padre Lorenzo e quanti ragazzi erano stati
passati per le armi a causa delle sue spiate: infatti Damiano incontrerà una donna &iovane ormai impazzita perché le sono stati uccisi sotto i suoi occhi i giovani fratelli. E a Montefollonico, dove deve recarsi per avere le prime notizie dal pievano, che Damiano incontra Chiara.
Una ragazza «decisa e spigliata... veva lasciato nella stanzetta un odore di fresco e di pulito, come di timo, più intenso di quello vago dei ceri in sospensione tra i vecchi candelieri e sopra gli antichi messali posati in ordine sul coperchio della grande cassapanca di noce». Comincia con questa ragazza l'avventura della ricerca che si svolge tra contadini, pagliai, bande partigiane e incontri di vecchi amici, sempre tra i crinali, le valli, le prode dei torrenti e i boschi dei colli che delimitano Valdichiana e Val d'Orcia. Il momento di maggiore inquietudine lo si trova proprio quando i due giovani sono costretti a passare una notte insieme in un pagliaio: qui si capisce che vi è tanto amore nei loro sguardi, ma nessuna volontà di superare il momento dell'idillio. Già qualcosa è avvenuta a Belpoggio quando avevano deciso di andare dove veniva indicata la presenza di una squadra. Il Biondi li ha consigliati di fermarsi da loro, ma essi hanno deciso di no: ed è in questo istante che il loro sguardo si incontra anche al buio. «Chiara non si era mossa; guardava Damiano con dolcezza. D'istinto lui volse lo sguardo verso le intimità del corpo della donna. Lo prese una voglia immediata di possederla carne contro carne. Chiara capì quel desiderio scomposto. on volle spezzarlo, ma accostò le ginocchia piegando da un lato le gambe .... Tra loro ora si guardavano senza veli: un sentimento pareva aver suggerito parole che nessuno dei due voleva pronunciare ... ».
Però Damiano rinuncerà a possedere Chiara quando le condizioni sono tali che sembra non si possa fare altro che dare sfogo alla passione; rinuncerà perché si rende conto che l'amore per Chiara non può non diventare un passo definitivo. «Intuì l'ambiguità di ogni contatto profondo, di ogni assalto, di ogni abbandono. Ed ebbe la certezza che niente poteva nascere tra loro due se avesse prevalso la passione. Per questo ricambiò i baci, le face capire cha anche lui avrebbe voluto l'amplesso.Poi le sorrise a lungo. A mezza voce chiese se anche lei cercava un amore intenso che non temesse ostacoli e fosse per sempre. Lei disse di sì. Per questo si staccò dal corpo della donna. Senza violenza, continuando a sorriderle. Dopo, premurosamente, la protesse dal freddo coprendola delicatamente». Va notato come l'uso di due avverbi quasi affiancati "premurosamente ... delicatamente" dia alla frase un andamento esaltante la tenerezza, la leggerezza e la riservatezza. I due si confessano e si scoprono sempre più innamorati, ma costretti dalle vicende a vivere un'esperienza senz'altro superiore alloro stesso sentimento. Gli incontri con i comandanti partigiani sono un'occasione per offrire uno spaccato di modi diversi di intendere la vita e l'esperienza storica, ma sono anche occasioni per parlare della differente maturazione che aveva obbligato ciascuno a compiere scelte molto forti e decisive per la sua vita e per tutta quella comunità di cui si sentivano facenti parte. La guerra, i bombardamenti, le rappresaglie dei nazisti e delle camicie nere, porta Damiano a vivere con disperazione la vita dei suoi stessi compaesani anche se «la gente non aveva scelta tra organizzarsi o fuggire, ma solo fra piangere oppure imprecare. Mano a mano che si conosceva l'identità delle vittime era un correre da pazzi per i vicoli tra i muri prossimi a cadere di donne ragazzi uomini presi dalla frenesia del dolore, in una rappresentazione di un dramma antico quanto l'uomo».
Il romanzo potrebbe anche chiudersi qui, ma una tragedia finale incombe nelle ultime pagine. In mezzo a questa disperazione, a queste sciagure, alle disgrazie scaturite sempre dall'atteggiamento arrogante, prepotente e autoritario dei nazisti e dei loro alleati repubblichini, non mancano momenti di riflessione, ma anche di gioia intima.
Damiano è nato per affrontare la vita e gli toccherà affrontarla venendo a sapere della fine di Chiara. «Colore carminio sulle gote di Chiara, bellissima; e la smorfia dopo lo sputo! La risata del bruto era stata acuta, odiosa .... La voce di Chiara era rimasta sospesa, passione e strazio. Un segno colorato profondo, diagonale si era allargato dalla spalla alla base dell'anca sul corpo della giovane donna abbattuta, riversa sopra il velo della polvere. Si era diffuso il colore del sangue e impastava la terra. I fiori del cardo mariano, rosso violento, macchiavano il limite della radura ... ».
Damiano, a tragedia finita, ritorna al suo paese, ma «tornava appesantito dalle pene sofferte, ma libero nella coscienza e nella cultura che il mondo incerto dei suoi simili stava scoprendo».
Questo è lo stesso Damiano che nella notte ha scritto così:

noi scopriamo la morte
avvolta nella veste più nera,
indefinito cerchio di complicità:
basso il trifoglio
grumo di sangue il volto crivellato.
Il mitra fissò per sempre l'ironia:
forse
il giustiziere
dimenticò la mensa amica e chiuse
in occhi disperati figure di follia.

Ma la gente ormai è pronta a riprendere un nuovo cammino «Damiano era davvero un
testimone: di come si fosse compiuta una rivoluzione definitiva».

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