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IL MANTELLO DEL GIUDICE - Romanzo di Piero Frullini -

Sei nella sezione: Le Intuizioni e le scoperte di Bruno > Applicazione delle Matrici geometriche

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UNA STORIA NELLA STORIA

Da Cola di Rienzo a Caterina da Siena


Luoghi e personaggi del racconto sono derivati dalla ricerca della verità storica e dall'elaborazione della fantasia. Riconoscere pertinenze o invenzioni sarà un buon esercizio della razionalità oppure del gusto estetico del lettore. Quel che conta è l'individuazione dei modi e dei tempi di vicende umane, dalle quali trarre qualche godimento e qualche insegnamento. Considerando che in molti casi la storia si dipana fuori del tracciato della razionalità, intervenendo la volontà degli uomini a modificare con violenza e presunzione il naturale svolgimento degli eventi.
p. f.

CAPITOLO PRIMO

Piero frullini


Il g i u r i s t a e i l g a u d e n t e

Il tempo fra la metà del 1347 e la fine del 1354 fu denso di fatti e di emozioni per il nobile Ugo Tebaldeschi, secondo figlio del patrizio romano Stefano di sant'Eustachio, nipote del Cardinale Francesco e, per parte di madre, di Pietro Bernardi Cardinale di Ostia.
Il giovane cavaliere aveva, nel quarantasette, meno di trent'anni. Aitante, di bell'aspetto, da tempo riconosciuto e consacrato giureconsulto dagli attestati definitivi dell'Università di Bologna, credente ma non bigotto, riflessivo, pratico nell'affrontare i problemi e nel risolverli, di buona compagnia, lontano da atteggiamenti militareschi ma non privo di coraggio, razionale tanto da essere ritenuto un critico di buon livello, esperto nell'uso della parola quanto della scrittura e della spada.
Aveva ricevuto, insomma, un'educazione completa. Lo zio Cardinale ne aveva promossa, seguita con molta cura, la preparazione diplomatica e giuridica, poiché riteneva, per lunga esperienza curiale e per la saggezza alimentata dall'esercizio degli alti uffici ecclesiastici, che, nel gioco aperto e imprevedibile, talvolta sottilmente subdolo e spregiudicato, dei rivolgimenti religiosi o politici di quella metà del secolo, soltanto un'accurata conoscenza dai codici e una perfetta arte del comportamento e della ricerca degli equilibri potevano dare consistenza a una posizione di potere. Sia nel caos della Roma abbandonata a se stessa che nella roccaforte sul Rodano, nella quale peraltro il Cardinale non aveva voluto mai soggiornare.
A Bologna Ugo aveva seguito gli insegnamenti del grande Ubaldo degli Ubaldi. Il giovane aveva studiato con molta diligenza, concedendo poco alle inclinazioni di un qualsiasi nobile benestante. Tuttavia non aveva sprecato gli anni nella cura esclusiva dei codici e delle pandette. Aveva dosato equamente le uscite goliardiche e coltivato con cura le amicizie.
Fu a Bologna che si legò di buon cameratismo con Matteo Orsini, figlio di Nicolò di Castel sant'Angelo, capitano generale della milizie romane nel '347.
Matteo aveva ereditato da qualche progenitore la preziosa virtù della riflessione, alla quale però si affidava si e no una volta alla settimana. Ma, ridanciano, satirico, pungente, allegrone, consumava le altre ore del suo tempo nella ricerca della buona compagnia, della tavola imbandita e delle belle donne. Aveva, però, un'attitudine innata per valutare una dotta disputa concettuale, un buon testo poetico; e per ammirare quanto gli sembrava essere espressione non comune dell'arte.
Per questo a Bologna mentre Ugo si preparava a discettare di canoni e codicilli Matteo inseguiva di preferenza le fantasie dei poeti e gli insegnamenti dei letterati e dei filosofi.
L'Orsini era innamorato in particolare di ogni forma di espressione, dei templi monumentali come delle opere della nuova pittura; e delle creazioni stupefacenti che uscivano dalle mani degli artigiani scultori. Durante il soggiorno bolognese, più volte, Ugo accettò volentieri di mettere a disposizione di Matteo tempo e denari, come quando questi lo obbligò a soggiornare sette giorni a Padova, dove Giotto, il pittore fiorentino allievo del grande Cimabue, aveva affrescato più di trent'anni prima una miracolosa cappella per gli Scrovegni.
Ugo e Matteo si compensavano. Tra loro l'amicizia era diventata ben presto complicità solidale…
Matteo non aveva conseguito diplomi o attestati dall'Ateneo bolognese. Ma Ugo, una volta riconosciuto ufficialmente esperto del diritto e della letteratura dai più illustri luminari italiani, ecclesiastici e laici, volle rinsaldare il cameratismo con il giovane rampollo degli Orsini; ritenendo che la frequentazione con il mondo della diplomazia pontificia alla quale lui era destinato ne avrebbe cambiato il carattere e reso evidenti le buone doti di intuizione e di fantasia che lo distinguevano
Nella vita giornaliera Matteo diventò l'ombra di Ugo, con le ufficiali mansioni di segretario e di compagno di avventure.
Avevano la stessa età. Si muovevano con il medesimo ritmo di vita. Insieme affrontavano i problemi connessi agli incarichi affidati al Tebaldeschi. Insieme coglievano i piaceri del fare e del godere giovanile. Insieme percorrevano una strada precisa e controllata all'ombra del potere.
Poco più che venticinquenne, nel quarantasette, Ugo fu incaricato di una delicata ambasceria presso Giovanni signore di Vico, della casata ereditaria dei Prefetti urbani di Roma. Costui, vero dominatore nelle vicende caotiche della città, rese tali dall'ingordigia e dalla grettezza delle famiglie patrizie e dall'incapacità dei Senatori nel governo dell'Urbe, aveva rafforzato il proprio esercito mercenario costituito da elementi quasi esclusivamente tedeschi, incurante delle sollecitazioni del Legato del Pontefice, che tendeva a mantenere basso l'attrito nelle terre del Patrimonio della Chiesa.

Giovanni dominava ormai l'intera Etruria laziale da quasi dieci anni, da quando si era sbarazzato persino della figura ingombrante del fratello, che aveva fatto assassinare da uno dei fedelissimi sicari.
Da allora teneva una corte discreta, ma ben organizzata, nel palazzo papale di Viterbo.
Là furono inviati, all'inizio dell'estate del '347, in missione ufficiale, su mandato del tribuno del popolo romano Cola di Rienzo, i due amici Ugo Tebaldeschi e Matteo Orsini.
Ugo era dubbioso. Non era facile ottenere qualche frutto dall'esito di quell'incontro. Era preparato, conosceva gli avvenimenti, aveva in mente una strategia ben studiata; ma la preoccupazione superava la speranza di riuscita nell'impresa. Matteo, al contrario, voleva cogliere qualche occasione dal viaggio nell'alta Tuscia, con il consueto entusiasmo. L'ambasciata era affidata al Tebaldeschi, ma per Matteo il percorso avrebbe offerto motivi di nuove conoscenze, di incontri felici, di visite alle opere di famosi artisti, di avventure goliardiche con le più belle donne di Viterbo e di Orvieto.
La partenza per l'ambasceria era stata preceduta da un messaggio personale che il tribuno romano aveva fatto pervenire a Giovanni di Vico. Suadente ma duro, levigato nei toni ma inflessibile nella sostanza: e con le dovute ridondanze linguistiche nello stile di Cola.
Del resto Giovanni aveva poche carte da giocare per opporsi alle mire del nuovo potente signore di Roma. Da poco tempo le truppe del Prefetto avevano subìto il rovescio definitivo da parte delle milizie romane, rafforzate da quelle della Federazione delle città fedeli a Cola: Perugia, Todi, Narni, Corneto; condotte dal Capitano generale Nicolò Orsini.
Nelle condizioni del disastro guerresco patito il signore di Vico avrebbe dovuto cedere alle ingiunzioni del popolo romano, in nome del quale ormai Cola governava.
Ma l'argomento più valido per il convincimento ad accettare le condizioni imposte dal tribuno era stato affidato alla capacità dialettica dell'inviato Ugo Tebaldeschi, che avrebbe potuto disporre di buone leve, ignote persino ai Senatori della città, perché le decisioni di Giovanni di Vico venissero a coincidere con quelle volute da Cola. Del resto, il Prefetto si era convinto ormai che la sconfitta militare avrebbe comportato niente altro che l'abbandono per lui di ogni potere sopra i sudditi e sulle cose del Patrimonio della Chiesa .In gioco invece erano altri disegni e altre strategie….


Prima di partire per la missione - così la riteneva il Tebaldeschi - o per l'avventura -come la considerava Matteo Orsini - i due cavalieri ebbero udienza da Cola di Rienzo per le ultime istruzioni e per il salvacondotto.
"Sentiremo le solite filippiche e gli sproloqui sulle sorti della rinnovata repubblica romana, sui benefici del ritorno dei papi dalla sede avignonese al colle Vaticano, l'enumerazione dei vasti consensi che Cola ha raccolto in tutta Italia…."
Matteo riteneva l'incontro fastidioso e privo di entusiasmanti emozioni. Ugo, invece, desiderava conoscere attraverso le frasi del capopopolo la sua natura nascosta, le ambizioni non rivelate e la nuova fase politica immaginata dall'uomo che i romani, frustati ed euforici, avevano eletto alla carica più alta nella babilonica realtà di Roma.
"Usa qualche volta la ragione al servizio della conoscenza dei problemi che ci coinvolgono!…Forse ne ricaveremmo qualche gratificazione. Mi piacerebbe che tu non giocassi con le cose che mi riguardano come con la turba dei tuoi compagni di gozzoviglie. Ogni tanto dovresti impegnarti per essere più serio."
Spesso Ugo detestava le amenità e la leggerezza di spirito di Matteo. Doveva però riconoscere, riflettendo, che forse il modo più redditizio di prendere di petto le circostanze di tutti i giorni era quello adottato con naturalezza dal giovane Orsini !
Discutevano anche di questo argomento i due cavalieri mentre si avvicinavano al palazzo senatorio sul Campidoglio.
Indossavano vesti leggere e morbide calzature; alla cintura solo il pugnale e le borsa: Ugo in grigio brillante, Matteo in verde smeraldo.
Percorrevano senza fretta un labirinto di vie strette, sconnesse, invase da mucchi di sporcizia addossati alle case fatiscenti e alle rovine di torri da difesa, sui fianchi delle quali l'edera e il muschio coprivano antiche crepe. All'interno trovava riparo l'ambito commercio delle meretrici.
Nella tarda mattinata dei primi giorni del luglio il sole accecava riverberando sui ruderi marmorei che intralciavano il cammino da Monte Giordano sino alla nuova residenza di Cola, ormai trasferito dalla
casupola dirimpetto alla chiesa di san Tommaso dei Cenci nel rione Regola al fasto delle abitazioni dei Senatori sul colle capitolino.
Il palazzo comunale, a due piani con due torri laterali, ricoperto dal tetto in parte sbrecciato, occupava la sommità del colle. La scala che vi dava accesso non aveva appoggi: pareva costruita così per facilitare chi avesse voluto gettare nel vuoto un possibile nemico. L'ornamento del palazzo, isolato nel silenzio del vuoto circostante, sembrava essere costituito dall'avere le sue fondamenta sopra le rovine della Roma imperiale.
L'erta che vi conduceva, dal lato che guardava i quartieri dei potenti Colonna e il Monte Accettorio, metteva a dura prova il cammino dei meno giovani, irto di pietrame sparso alla rinfusa tra buche e tracciati di rigagnoli, incassata fra l'Ara Coeli e la rupe Tarpeia, oltre la quale, verso il Monte Caprino, si stendevano i vigneti rigogliosi di verde nella calura soffocante.
Sul lato sinistro del palazzo troneggiava il vasto convento dei francescani, al cui interno aveva sede permanente il collegio dei giudici cittadini.
I due giovani giunsero ai piedi della scala affaticati e madidi di sudore. Montavano la guardia con atteggiamento militaresco quattro soldati della centuria dei difensori personali del tribuno, tutti del rione Regola, robusti e alteri nell'armatura argentea. Di nessuno dei quattrocento cavallerotti dei tredici rioni dell'Urbe Cola si fidava come delle sue guardie del corpo.
Nessuno dei derelitti e straccioni postulanti osava avvicinarsi alla dimora del nuovo signore, intimoriti dall'aspetto e dalle bardature dei quattro soldati.

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