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GIOCHI DELLA MEMORIA

Sei nella sezione: Le Intuizioni e le scoperte di Bruno > Applicazione delle Matrici geometriche

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p i e r o f r u l l i n i


G I O C H I D E L L A M E M O R I A


r a c c o n t i

Mio padre non vide il mare


Finché visse mio padre non vide il mare. Tentava di convincere gli altri che non aveva avuto il tempo disponibile per raggiungere un tratto di costa, metteva in evidenza la mancanza di ogni opportunità per farlo. Credo, invece, che egli non abbia avvertito certi bisogni. Più volte volli persuaderlo della necessità di colmare quella lacuna di sensazioni e di conoscenza, ma lui aveva un'opinione ben diversa dalla mia: nella vita di un uomo saggio, sosteneva, deve rimanere qualche zona inerte, inesplorata, riservata alla brevità delle intuizioni fantastiche, senza la mortificazione del dato oggettivo fornito dalle percezioni comunque stimolate.
Questa convinzione appariva piuttosto come una difesa del suo patrimonio interiore: all'attività frenetica giornaliera egli aveva unito chiaramente questa speciale capacità di astrazione meditativa. Riteneva di possedere un mondo completo e intoccabile, a misura sua, doloroso ma guizzante di frenesie, certamente gratificante. Al contrario, confrontato con quello di una massa di persone, era un sistema in movimento appena dimensionato. Contenuto in due o tre province toscane: dalle rive del Trasimeno dove, ogni anno per una festa di fine ottobre, andava a gustare dell'ottima trippa in una locanda di Castiglion del Lago, al monte della Verna, meta di un pellegrinaggio votivo compiuto con certi amici in piena estate dopo il raccolto.
In una di queste occasioni un frate venerando gli aveva regalato una preziosa Bibbia stampata quasi un secolo prima.
Oppure dalle colline di Rosia, san Rocco a Pilli e Chiusdino, da dove, molto giovane, aveva condotto coppie di buoi giganti per le stalle della Fratta un numero imprecisato di volte, sino a Castenuovo dell'Abate alla chiesa di sant'Antimo e alla vetta dell'Amiata. Si era spinto talvolta sino ad Anghiari o verso le balze di Volterra, qualche volte a Firenze.
Per tutto questo, a mio padre, pareva di avere viaggiato
anche troppo.
Egli non poneva nella lista dei paesi conosciuti quelli delle zone di guerra - doline, creste, camminamenti, alture, torrenti precipitosi - dal Pasubio a Gorizia, dal san Michele al Sabotino, lungo le rive dell'Isonzo, a Caporetto e poi sul Piave; né quelli visitati per lavoro, nel Frusinate e nel Beneventano, a dare il primo fuoco alle fornaci di laterizi. Di questi luoghi egli credeva di dover ricordare, più che la geografia ambientale o il respiro dei panorami, la gente e il modo del vivere , le sofferenze per il sudore, la fame o le ferite….
Ma egli conosceva come il palmo della mano destra quella parte di terra che considerava sua in tutti gli aspetti. Fino a saperne definire gli umori stillati dalle piante all'aprirsi di una stagione nuova, a ripetere i canti popolari meno conosciuti, a recitarne inflessioni dialettali vivificando il linguaggio della gente, a catalogare costumi, feste, tradizioni, leggende annotate con straordinaria memoria. La sua era una conoscenza culturale di quella non vasta zona del mondo antico e stabile che aveva assunto con l'andare dell'età la dimensione di una sicura capacità di scoperta.
Questo uomo aveva frequentato i tipi più strani, con l'acutezza di apparire l'individuo che aveva bisogno del sapere degli altri e di un loro consiglio.
Il barrocciaio, appisolato sopra il carico di sacchi di grano, in trasferimento a notte alta dal podere disperso fra le crete senesi verso la fattoria di Torre a Castello, sobbalzando le ruote per le carrarecce e le strade campestri deserte fra le stoppie o profumate nel rigoglio delle siepi, gli aveva spiegato come convenisse lasciarsi trasportare con indolenza dalla perizia e dall'orientamento dei cavalli: avevano negli occhi umidi l'immagine dei salici addossati a proteggere le stalle e nella testa lo sciacquio leggero della corrente del fosso che vi scorreva di lato, inimitabile. Per imporre ai due animali una diversa direzione, e un'altra destinazione, soltanto per questo era opportuno stare all'erta, adoperare magari la frusta pur sempre in modo leggero; altrimenti, a che pro vigilare un'azione che già si svolgeva ordinatamente, rinunciando al sonno ?
Capitò a mio padre di incontrare spesso qualcuno di questi amici e di accompagnarsi a lui nel viaggio: era un sollievo sdraiarsi sul pianale, avviare un discorso tra una boccata e l'altra della pipa di coccio; ed essere già preso dal torpore in un riposo tranquillo e privo di impegni. Nel primo dormiveglia rimanevano a veleggiare le immagini dondolate lentamente e i guizzi della lanterna appesa con nastri colorati all'attaccatura delle stanghe.
Un macchinista della ferrovia che portava a Grosseto gli permise di fare il tragitto seduto sopra il carbone del tender. Il treno era lento, scassato, prudente a tutti i passaggi a livello, sbuffante e rumoroso. L'uomo spiegò a mio padre come in nessun caso si potesse forzare la sua corsa : era una legge. La locomotiva ansimava già troppo e non era saggio alimentarla più del dovuto con il rischio di farla scoppiare. Del resto, l'orario era stabilito in relazione a quel certo percorso e alla possibilità che due donnette e un ragazzino si trovassero puntuali, con un loro programma svolto, ad aspettare un vagone sgangherato alla stazione di Torrenieri, senza timore di perdere l'appuntamento e sicure del loro viaggio fino a Paganico.
Il macchinista aveva le sue buone ragioni, mio padre lo ammetteva. Possedeva infatti il carattere adatto a capire l'opportunità del rispetto di certe esigenze; e si rendeva conto della necessità di contenere la bramosia dello strafare e delle iniziative troppo personali. Egli portava addosso il marchio di una ferita, dolorante ad ogni cambio di stagione, procurata per non avere agito secondo quel sanissimo principio. Si trattava di un fatto di guerra, lontano ormai nello spazio e nel tempo della sua vita. In quel caso l'inesperienza non aveva tratto beneficio dalla riflessione. Durante quel viaggio sul trenino mio padre volle raccontare l'accaduto al macchinista, anche per rassicurarlo che il suo dire non era sprecato, anzi lo convinceva completamente.
Mio padre era stato mitragliere scelto nel ventottesimo reggimento di fanteria. Un piccolo soldato. Sparava bene con l'attrezzo leggero, che portava con disinvoltura sulle spalle da una postazione all'altra, piazzava in pochi attimi e metteva in funzione con incredibile facilità di mano. Per questo gli avevano consegnato una mostrina filigranata d'argento che egli conservava come un prezioso cimelio.
Il suo reparto occupava una posizione delicata alle falde dell'Ortigara. Una mattina avevano ordinato al piccolo mitragliere di appostarsi insieme a un compagno dentro l'involucro protettivo di una quercia secolare. A trecento metri, tra i rami di un altro albero, un'altra mitraglia e due soldati. Dominavano un nodo di mulattiere che dall'Altipiano salivano verso Folgaria. Avrebbero dovuto attendere il passaggio di pezzi nemici, obbligato attraverso una leggera conca sotto di loro. Lo scoppio di un razzo sull'altura avrebbe segnalato l'inizio della sarabanda dei proiettili contro gli austriaci.
Mio padre era stato abituato ad avere molta pazienza: quando era sul punto di figliare una giovenca l'attesa poteva essere anche di una notte intera, nel lezzo acre di letame della stalla….
Nessun movimento li aveva allarmati fino a tardi. Sull'albero l'intorpidimento delle gambe diventava insopportabile. Verso il tramonto erano cominciate le reazioni spasmodiche, poiché un distaccamento nemico si era fatto sotto, riparato dietro i massi o nelle innumerevoli buche. Mio padre sapeva bene che il nervosismo, nell'imminenza di un fatto inconsueto, avrebbe potuto giocare un brutto scherzo: perciò si difendeva cercando pensieri lontani. Guardava verso l'altro albero, solitario e fronzuto, poi verso l'avvallamento; si soffermava a fissare il compagno, senza commenti. E aspettava quel maledetto segnale dall'altura, mentre gli austriaci si muovevano con cautela esasperante.
Dalla seconda quercia cominciò a battere convulsamente la mitraglia: pareva una raganella del venerdì santo impazzita nelle mani di un ragazzino ! Senza riflettere cominciò a sparare anche mio padre. Ma gli austriaci non erano a tiro; al contrario, loro due parevano un bersaglio facilissimo da colpire. Furono certi che li avrebbero infilzati come tordi ! Allora mio padre e l'altro si gettarono dall'albero e presero la corsa verso l'altura impediti dall'arma e dalle munizioni. Fu come vedere un lampo rosso: il braccio sinistro, trapassato al gomito da una pallottola disgraziata, cominciò a sanguinare, penzoloni.
Qualche santo di prima categoria deve essersi messo di mezzo tra mio padre, gli altri e il comandante del battaglione, ad evitare che questi li mandasse dritti sotto processo. Quella fortuna, spiegava mio padre al macchinista, era dovuta senza dubbio al fatto che contro gli eroi dell'imperatore servivano gli scervellati del re !…

Anche i capoccia più anziani avevano insegnato a mio padre pericoli, astuzie, massime non scritte e comportamenti: ad aspettare una buona luna per le sementi, a riparare i danni del turbine, a riconoscere l'acqua discreta perché i maggesi potessero essere lavorati a dovere, a giudicare la maturazione adatta per la vendemmia dell'uva, il tempo preciso per la figliatura di una scrofa. Con una saggezza antica, espressa per proverbi e filastrocche tradizionali, emarginati per tanti anni, esposti come gli antenati alla manipolazione di un potere chiacchierone tronfio e malfidato gli fecero capire che uno come lui, di una generazione più smaliziata, più esperto di tanti per aver visitato molte contrade e per aver vissuto a lungo a contatto con la gente più diversa e nella confusione più assurda senza riportarne danni eccessivi, avrebbe dovuto ricercare tra le parole degli altri, quelle tramandate o scritte, i segreti di un mondo che si andava rinnovando.
Per questo, nel diciannove, dopo essere tornato dalla guerra indifeso e stracciato come i più, si era deciso a studiare.
Andò a scuola per modo di dire, anzi dovette arrangiarsi e chiedere aiuto con molta faccia tosta rubando il tempo ai conoscenti e al suo lavoro di contadino. Il pievano dell'Amorosa, don Federico Avanzati, gli insegnò di lettere e di storia sacra, il fattore lo rese pratico di aritmetica, il fratello del pretore Servadei di storia risorgimentale, di Mazzini e di geografia. Ognuno di questi estemporanei maestri gli prestò libri e carta; per le penne rimediava chiedendone ogni tanto a Celso Mariotti, capolega, con il quale discuteva molto più di socialismo e di organizzazione dei contadini che non dei fatti del podere !
Lo zio Tonio trasmigrò verso la Maremma: un'impresa temeraria, poco meno di un espatrio, valicare con le poche robe sui carri le alture di Seggiano e di Arcidosso, aggirare il monte Labro e scendere verso Roselle, dopo nottate di sosta all'addiaccio in qualche capanno sperduto, con i figlioli che piangevano per lo spavento, puntando alla piana di Orbetello, con il rischio dell'incognito e della malaria, a mettere su casa da quelle parti. Partendo, il brav'uomo regalò a mio padre un tavolo rozzo e tarlato, perché lo tenesse in camera sua come uno scrittoio, con sopra le carte e le speranze.
A vedere quei libri in ordine, le costole con i titoli in rosso, il calamaio che poteva rovesciarsi senza far cadere una goccia d'inchiostro, mio padre considerava che gli studi non erano un'impresa da riderci su. E quel tavolo gli forniva una prima soddisfazione. Quando si presentò ad Arezzo per gli esami egli era intimorito come tanti, ma confidava che i troppi sacrifici sopportati meritavano almeno una ricompensa !…
L'anno dopo, nel 1923, mia madre sposò un maestro rurale.

Questo uomo, dunque, pervenuto al suo livello di cultura con le sgroppate di un pioniere in terra di conquista, aveva poi vissuto per trentacinque anni alternando il lavoro dei campi, affrontato per bisogno e per atavica propensione, all'impegno fra i banchi delle scuole per contadini nelle lunghe sere invernali; certi periodi a sudare come operaio a giornata nel lavori più pesanti, perché un socialista come lui non si sarebbe mai piegato a mettere una camicia nera.

Una volta costretto dalle circostanze a stabilirsi insieme a mia madre in casa mia a Roma - nel primo anno del suo pensionamento e del mio matrimonio - non potevo certo pretendere che facesse sua questa novità sconvolgente, che si adattasse e non diventasse un brontolone, un critico a tempo pieno, uno scontento senza peli sulla lingua, smanioso di trovare il treno buono per ritornare alla piccola casa di paese.
Lo giustificava il riscontro puntuale di due aspetti tipici della nuova esperienza di inurbato coatto: aveva la percezione precisa che un richiamo abnorme, provocato, fosse in atto ben oltre i limiti della convenienza per popolare una città e sollecitare le più caotiche soluzioni ai problemi antichi; e questo, sosteneva lui, non era altro che l'aggancio del nuovo potere politico, subdolo e manovriero quanto il precedente era stato strafottente, a un insano metodo per assicurarsi il controllo di una clientela amorfa e duttile, con l'incuranza del disastro in tempi lunghi. Proprio contro questo, in altre circostanze, lui aveva lottato per anni a faccia aperta.
Egli discerneva con perspicacia come alcune personalità dal passato dubbio, impegolate nelle vergogne degli ultimi venti anni oppure rimaste prudentemente nell'ombra, una volta passata la buriana del primo dopoguerra, si affacciavano oltre le porte delle stanze importanti - nella vita pubblica e nei partiti -, rimesse a nuovo da strani detersivi ideologici; ed occupavano le solide poltrone dei posti che contavano, allungavano le mani a adunavano vecchi preferiti accoliti; e le forze che avevano portato avanti da oltre quarant'anni i tentativi delle masse fino ai risultati della resistenza non trovavano collocazione precisa né peso determinante, dovendo già subire l'atmosfera del compromesso.
Mio padre riteneva che i poveracci avrebbero dovuto penare con molta costanza, conquistarsi i diritti reclamati da sempre con nuovo coraggio in un clima di incertezze, condurre con caparbietà i giorni delle lotte più diverse, ricominciare praticamente tutto da capo. E in certi casi, dopo i fatti di Portella delle Ginestre o i miracoli del quarantotto, era stato pessimista al punto di dubitare che anche questo potesse servire a qualcosa di definitivo ….
Lo conoscevo abbastanza, chiaro nei concetti e onesto nelle intenzioni: per questo evitavo di dargli torto o di polemizzare con le sue idee; al contrario, propendevo a subire le sue indicazioni per meditare sulle vicende che mi toccavano tutti i giorni. Ero all'inizio della mia avventura di uomo, staccato improvvisamente dai giorni facili dell'università. Sbalestrato ogni momento dalla ripetitiva negoziazione per un qualsiasi lavoro che mi permettesse di sopravvivere in un ambiente nuovo e ostile, perseguitato dallo scemare di ogni speranza. Nella pratica ero nella condizione più costretta per dare ragione alle ragioni di mio padre, senza ambiguità e soprattutto con un minimo di risorse.

seguono i successivi capitoli

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